Le zone della nostra percezione vulnerabili ai messaggi subliminali

Ognuno dei nostri cinque sensi può essere metaforicamente paragonato a una spugna che assorbe un numero davvero notevole di informazioni durante tutto il corso della giornata, ed è appunto per la mole enorme di dati che aquisiamo che risulta davvero difficile poterli riconoscerle tutti quanti. Tra questi imput vanno sicuramente annoverati i messaggi subliminali.

Che oramai essi esistano lo confermano pure le attività di ricerca accademiche svolte in molti paesi del mondo.

Un esempio per tutti possono essere gli studi sulla cosiddetta “facilitazione lessicale”, cioè la capacità con la quale riconosciamo facilmente le parole che sono precedute da altri lessemi di uguale significato semantico. Se prendiamo la parola-test “cane”, è semplice capire che viene riconosciuta molto più in fretta se prima di essa viene presentata una parola-prime che può ricondurci facilemente al suo significato (come “gatto”). Si è notato, così, che questo effetto di priming semantico avviene anche quando i soggetti sottoposti ad esperimento non sono per nulla consapevoli che la parola-test è stata precededuta dalla parola-prime.

Marcel, che per primo fece queste prove in laboratorio, dimostrò che era possibile ottenere questi effetti di facilitazione semantica per oltre la metà dei casi esaminati, ovvero per un numero davvero considerevole di situazioni. Se allora i messaggi subliminali sono così potenti, a che livello della mente umana agiscono?

Una risposta alla domanda ce la offrono Cheesman e Merikle i quali hanno ipotizzato l’idea di due diverse soglie della percezione umana. Essi sostenevano che vi fosse una soglia oggettiva, fondata sulla capacità di elaborare gli stimoli, e una soglia soggettiva, cioè la consapevolezza del singolo individuo che gli sia stato presentato o meno un imput.

I messaggi subliminali agiscono proprio in questa zona di confine; tra la soglia oggettiva (ovvero, “fisiologicamente” sono stati colpiti dallo stimolo) e quella soggettiva (non sono assolutamente, o quasi assolutamente, consapevoli che siano stati sottoposti ad un messaggio). Anche un imput molto basso e quasi impercettibile è sufficiente ad attivare gli organi sensoriali e le funzioni cerebali, ma non le soglie attenzionali che sovraintendono alla nostra sicurezza ricettiva.

Sull’importanza della sicurezza percettiva è sceso in campo anche Freud, che ipotizzò un complesso meccanismo di difesa della nostra mente che “bloccasse” i significati che potessero nuocere al cervello. Secondo lui ogni qualvolta incontriamo parole che possano offendere la nostra morale, le nostre idee, le nostre sicurezze, tendiamo ad isolarle e a dimenticarle il prima possibile.

Molte critiche piovvero sullo studioso che non seppe spiegare come mai in tutti noi esistesse un processo contemporaneo di “conoscenza” e di “evitamento della conoscenza”, finchè molti psicologi, a cominciare da Dixon che per primo lo propose, abbracciarono un modello di captazione sensoriale non unitario, ma a stadi, con uno stimolo che prima di essere elaborato passi prima da un filtro corporeo (i cinque organi di senso), a uno attenzionale e di difesa e infine arrivi alla soglia della consapevolezza.